Spesso il medico che opera “in prima linea”, nel settore dell’emergenza-urgenza, non tiene in considerazione la possibilità di gravidanza o di allattamento di una paziente, o comunque non sempre è in grado di avere un’informazione precisa a riguardo; si tratta invece di un dato fondamentale, che rende necessario usare sempre molta cautela nel trattamento del dolore nella donna in età fertile. Lo sostiene il Prof. Francesco Franceschi, Direttore U.O.C. Medicina d’Urgenza del Policlinico Gemelli di Roma, che sottolinea anche come per il Medico di Medicina Generale, che normalmente conosce bene la paziente, sia più facile essere informato su un’eventuale gravidanza; per questo al medico dell’emergenza che vede la donna per la prima volta e che non dispone delle stesse informazioni, è raccomandato chiedere sempre alla paziente se aspetta un bambino o, a maggior ragione, se è in allattamento.

La questione è meno banale di quanto sembri, perché spesso chi arriva al pronto soccorso è in uno stato ansioso, magari scosso dall’evento traumatico, e potrebbe non ricordarsi di fornire questa cruciale informazione.
Esistono poi dei casi particolari, come ad esempio quelli delle donne straniere che non parlano italiano, oppure di quelle che arrivano in stato di incoscienza; in queste situazioni resta comunque fondamentale sapere se la paziente è in attesa, così diventa necessario effettuare dei test di laboratorio, ovvero un dosaggio delle beta-HCG sulle urine o sul sangue, in grado di rivelare un eventuale stato di gravidanza.
In caso di dubbio meglio casomai non somministrare nulla, seguendo una regola base della medicina, ovvero che quando non si conosce è meglio non fare.

Quali farmaci?
Ma una volta accertata la gravidanza quali sono i farmaci che si possono utilizzare? E a quali rischi va incontro il feto in caso di somministrazioni non corrette?
Il Prof. Franceschi spiega che l’interesse scientifico sull’argomento è elevato, con diversi lavori – anche molto recenti – a riguardo, anche se in realtà pochissimi studi sono stati disegnati appositamente per conoscere gli effetti collaterali di un farmaco in gravidanza, ovvero se può risultare teratogeno, provocando malformazioni al feto, oppure incidere con la prosecuzione della gravidanza stessa e indurre l’aborto.
In linea generale il paracetamolo è il farmaco più frequentemente somministrato perché privo di effetti collaterali; per quanto riguarda i FANS, anch’essi tra i più utilizzati per trattare il dolore in gravidanza, non ci sono evidenze scientifiche su eventuali problemi di sviluppo del feto, ma andrebbero evitati nel terzo trimestre, perché a dosaggi elevati potrebbero causare una diminuzione del flusso sanguigno cardiaco e polmonare del nascituro.
La somministrazione degli anti-infiammatori non steroidei è considerata infine compatibile con l’allattamento, con un passaggio nel latte materno inferiore all’1% nel caso ad esempio di ibuprofene e diclofenac.
L’importanza dell’informazione
Dai possibili rischi per il bambino, derivanti dall’uso inappropriato dei farmaci in gravidanza, deriva la necessità di informare medici e cittadini sulla necessità di somministrare e assumere i medicinali in modo responsabile, conoscendo a fondo ogni possibile controindicazione.
Per questa ragione molto ospedali hanno attivato un “numero rosso” dedicato alle future mamme, con operatori in grado di fornire tutte le spiegazioni necessarie in caso di bisogno.
Anche l’Agenzia Italiana del Farmaco – AIFA ha realizzato un sito specifico sui farmaci in gravidanza, dove si possono trovare informazioni dettagliate sugli effetti collaterali dei più diffusi principi attivi.

Ultimo aggiornamento 31/05/2016